“Possiamo farcela!” – Rosie, un simbolo femminista di forza

Rosie: una figura rappresentativa della forza delle donne più attuale che mai che ha messo alla prova il mondo femminile finchè gli uomini lottavano al fronte.

Ci sono simboli che cambiano di significato nel corso del tempo, acquisendo nuove sfumature che nulla hanno a che fare con il loro senso iniziale.

Questo è il caso di Rosie la rivettatrice (Rosie the riveter in inglese) che da simbolo patriottico è diventata espressione della forza delle donne, di inclusione e richiesta di pari opportunità.

Ma com’è stato possibile un simile cambiamento?

La nascita di un’icona

Durante la seconda guerra mondiale, le donne statunitensi furono chiamate in massa dal governo a lavorare nelle fabbriche lasciate vuote dagli uomini partiti per il fronte, in particolare in alcuni settori strategici quali gli impianti di munizioni e i cantieri navali. 

Prima di questo evento, solo le donne di basso stato sociale avevano un’occupazione: “lavorare” era considerata un’attività per uomini, che avrebbe distratto le mogli dal loro dovere di casalinghe e madri. 

In un primo momento, il governo americano reclutò le lavoratrici tra la classe operaia e il ceto medio. Molte di queste avevano bambini piccoli e alcune non avevano mai lavorato fuori casa. Per convincerle ad entrare nella forza lavoro, il governo degli Stati Uniti avviò una campagna di propaganda per esaltare il dovere patriottico delle donne. 

Fu in questo contesto che l’artista americano J. Howard Miller creò il primo famoso poster di Rosie la rivettatrice.

Rosie rappresentava le nuove donne lavoratrici: in piedi, fiera, alta, vestita in tuta da lavoro, con i capelli scuri infilati in una bandana a pois, le maniche arrotolate e i muscoli delle braccia flessi, motivava dicendo: “We Can Do It!” (Ce la possiamo fare!)

Perché poi “rivettatrice”?

Il “rivettatore” è un operaio che usa una pistola a rivetti per attaccare parti metalliche. Non un lavoro particolarmente femminile. Fu probabilmente resa “rivettatrice” proprio per sottolineare il cambiamento sociale in atto.

All’inizio del 1943, Redd Evans e John Jacob Loeb pubblicarono una canzone che citava per la prima volta il termine “Rosie the Riveter”. Racconta la storia di Rosie che lavorava come rivettatrice in una catena di montaggio di aerei. Il testo evidenzia le qualità patriottiche della donna impiegata in guerra, che difende l’America lavorando sul fronte interno.

Finita la guerra, uno degli illustratori più popolari della nazione, Norman Rockwell disegnò una versione più maschile di “Rosie the Riveter”, che apparve sulla copertina di un’edizione del Saturday Evening Post.

Era il dipinto di una donna dai capelli rossi, in abiti da lavoro in denim, che mangiava un panino conservato in un cestino nero con l’etichetta “Rosie”, una grande pistola a rivetti sulle ginocchia e una bandiera americana sullo sfondo.
Un messaggio di empowerment al femminile, inteso a suggerire che le donne possono fare qualsiasi cosa.

Rosie la rivettatrice è realmente esistita?

La Rosie della campagna di reclutamento era una creazione fittizia, ma era pur sempre una rappresentazione ispirata a diverse donne della storia americana:

  • Rose Will Monroe, madre single di due bambini piccoli, che lavorava come rivettatrice nello stabilimento di bombardieri Willow Run a Ypsilanti, Michigan. 
  • la diciassettenne Geraldine Hoff Doyle, che lavorava come pressatrice di metalli in una fabbrica della difesa nel Michigan. 
  • Naomi Parker Fraley, una ex-cameriera ventenne, che fu reclutata alla Naval Air Station di Alameda in California durante la seconda guerra mondiale. I suoi compiti inclusero rivettare, forare e rattoppare le ali degli aerei. 
  • Rosalind P. Walter, diciannovenne di Long Island, che lavorava in una catena di montaggio come rivettatrice su aerei da combattimento Corsair nel Connecticut.

Una trasformazione radicale, ma solo agli inizi

La Seconda Guerra Mondiale aveva cambiato la vita delle donne in molti modi negli Stati Uniti. Prima la maggior parte delle donne sposate erano casalinghe che dipendevano economicamente dai loro mariti. Il sapore di una nuova emancipazione economica e sociale diede loro un profondo senso di realizzazione personale e una ritrovata autostima. Si resero conto molto presto che potevano fare i lavori tradizionalmente svolti dagli uomini altrettanto bene, se non meglio, diventando sempre più consapevoli del valore del loro lavoro, aspettandosi di essere trattate e pagate di conseguenza. Rosie the Riveter è quindi una figura eroica: una donna che finalmente fa un lavoro da uomo, che può gestire tutto e ottenere un maggiore controllo sulla sua vita.

Rosie nel dopoguerra

La fiamma di cambiamento accesa da Rosie non si spegne nel 1945.

Cosa è successo ai figli in carne e ossa delle “Rosie” reali, le nuove lavoratrici americane? 

Esiste un poster meno famoso dei due precedenti, in cui Rosie insieme al suo fucile a rivetti porta un bambino sulla schiena. Ad un certo punto quindi qualcuno si accorge dell’ovvio: le lavoratrici sono pur sempre madri.         

Il governo degli Stati Uniti si sforza quindi di fornire modi accessibili alle donne per prendersi cura dei loro bambini, istituendo un programma universale di assistenza all’infanzia: gli asili Lanham. In questo modo, i genitori potevano mandare i figli all’asilo indipendentemente dal reddito percepito.

Ciò nonostante, gli stereotipi sessuali e i pregiudizi sulle donne persistettero, probabilmente anche a causa di manifesti propagandistici che descrivevano il lavoro femminile come temporaneo.

Rosie the Riveter era stata creata per mostrare una donna femminile che lavora solo ed esclusivamente perché il suo paese ha bisogno di lei

Il “sesso debole” veniva pagato circa la metà rispetto ai colleghi maschi e con la fine della guerra, la pressione per far loro abbandonare i posti di lavoro, aumentava di giorno in giorno.

Fu così che le lavoratrici iniziarono la lotta per ottenere pari opportunità lavorative e la parità di salario.

Al giorno d’oggi c’è ancora bisogno di Rosie

La battaglia per l’ottenimento di pari diritti è ancora lunga e tortuosa. 

Le donne che vogliono una certa flessibilità per bilanciare la vita familiare con quella professionale sono ancora viste come “irresponsabili”, mentre quelle che agiscono con la stessa determinazione e forza degli uomini vengono etichettate come poco femminili o “cattive madri”.

L’assenza di servizi di assistenza all’infanzia, ha diminuito la capacità delle donne di avere figli e mantenere il lavoro, specialmente a causa dei lunghi orari d’impiego, delle alte spese per l’assistenza ai figli e delle retribuzioni diseguali tra uomini e donne.

Esistono disparità all’interno della stessa comunità femminile. Per citare nuovamente la vicenda di Rosie, mentre le donne bianche della classe media entravano doverosamente nelle fabbriche di munizioni in tempo di guerra, molte donne appartenenti alle minoranze non ebbero altra scelta che accettare lavori marginali, umili e mal pagati.
Negli ultimi anni, l’immagine di Rosie the Riveter è stata ripresa, non più come semplice simbolo patriottico, ma per rappresentare la lotta per i diritti civili delle donne e i movimenti femministi in generale.

La Pink tax

Cos’è cambiato da quegli anni? 

Le donne hanno conquistato diritti importanti, come quello del voto, e sono riuscite ad ottenere lavori di prestigio, ma la parità degli stipendi rimane ancora un sogno distante. A gravare su questa disparità, c’è il mercato. Alcuni prodotti dedicati espressamente alle donne, costano di più rispetto all’equivalente maschile: questo fenomeno viene chiamato “pink tax”

Qualche anno fa, quando questa notizia stava iniziando ad espandersi, una nota testata giornalistica italiana ha calcolato che shampoo e balsamo destinati al pubblico femminile, costano mediamente il 48% in più rispetto a quello per il pubblico maschile

Un altro esempio? La cosiddetta “Tampon tax”, l’aliquota IVA sugli assorbenti che è al pari dei beni di lusso: il 22%, come se il ciclo mestruale fosse una scelta, piuttosto che un fatto fisiologico incontrollabile.

Stipendi bassi e costi dei beni alti, non vanno di certo a braccetto. Questo fa capire che la vita delle donne non è ancora al pari di quella degli uomini e che ci sono ancora molte battaglie da combattere.

In conclusione…

Rosie è il simbolo di un’epoca che ha sconvolto la routine delle donne, facendo loro capire in prima persona quanto potessero offrire alla società. Iniziare a lavorare e a sostenere così la propria famiglia, mentre gli uomini erano al fronte, ha fatto loro capire che potevano lottare per un futuro migliore, più equo. 

Questi cambiamenti hanno portato a lotte e vittorie sudate, che, purtroppo, anche al giorno d’oggi non sono ancora finite.

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